Il limite del dolore

Autore: Silvio Bernelli

Non riesco a sedere sui talloni”. “Ho troppo male alle caviglie per stare a gambe incrociate”.

Quante volte si sentono risuonare queste parole a una lezione di Hatha yoga? D’altronde, ciascuno di noi praticanti ha dei limiti fisici nell’esecuzione degli asana. Dipende naturalmente dalla nostra costituzione, dalle proporzioni e dall’agilità del nostro corpo. È possibile che non esista al mondo un asana che vada bene indiscriminatamente per tutti. Siamo tutti diversi, per fortuna.

E poi perfino il Grande Maestro Patanjali nei Sutra dello Yoga l’ha messo nero su bianco. “L’asana dev’essere stabile e confortevole” recita il celebre aforisma 46 del Libro II. Quindi, se la posizione non è stabile e confortevole, perché sforzarsi di eseguirla? Se non riesco a sedere in Vajrasana, se la mia posizione a gambe incrociate (Sukhasana o Siddhasana che sia) è così dolorosa da impedirmi di concentrarmi, di calarmi, proprio come dice Patanjali nella “vera essenza” di me stesso (2, Libro I), perché dovrei ostinarmi ad assumerla?

Si potrebbe cominciare a obiettare che Patanjali nel suo straordinario libro che definisce il canone, l’obiettivo di tutti i tipi di yoga possibili, si occupa sostanzialmente di Raja yoga, lo yoga della mente, che non è l’Hatha yoga, lo yoga dello “sforzo”, di cui stiamo parlando qui.

Per quanto si tratti sempre di agire sul piano mentale e spirituale del praticante, nell’Hatha yoga il corpo è lo strumento, l’interfaccia tra noi e il mondo. Nell’Hatha yoga il corpo è così importante da essere considerato il tempio del vero Sé.

E poi bisognerebbe menzionare un altro sutra di Patanjali (21, Libro I), “L’enstasi è prossima per coloro che sono animati da intenso zelo” al quale è direttamente collegato il successivo, il 22. “Vi è poi un’ulteriore distinzione di blando, moderato ed estremo”.

Come spiega a proposito di questo aforisma I. K. Taimni in La scienza dello Yoga – Commento agli yoga sutra di Patanjali (Ubaldini Editore, 1970, Traduzione di Renato Pedio “(…. ) il ritmo del progresso dello yogi è la natura dei mezzi che egli adotta per perseguire il proprio fine.” E il famoso commentatore Re Bhoja, nella versione dei Sutra dello Yoga di Paolo Magnone pubblicata da Magnanelli Editore nel 1991, sostiene: “Secondo questa classificazione si hanno dunque nove tipi di yogin; quelli che applicano mezzi blandi con zelo debole o moderato o intenso; quelli che applicano mezzi moderati con zelo debole o moderato o intenso, e infine mezzi estremi con zelo debole o moderato o intenso”..

L’impegno, insomma, conta. E deve esserci.

In più vorrei portare come esempio l’esperienza personale. In seguito a un gravissimo incidente stradale, ho subito molti interventi chirurgici alle caviglie, alle gambe e alle ginocchia (nove in tutto). Ci ho impiegato mesi e mesi a tornare a sedermi in Siddhasana o in Vajrasana senza provare dolore.

Ho cominciato aiutandomi con cuscini e teli ripiegati, mantenendo gli asana di meditazione per un minuto o poco più. Poi uno e mezzo, due, cinque, dieci, venti minuti. Oggi riesco a sedere nella posizione che desidero anche molto a lungo.

E infine, in anni di insegnamento ho visto sempre accadere la stessa cosa. Chi viene a lezione di Hatha yoga cominciando a dire “Non riesco a sedere sui talloni”, “Ho troppo male alle caviglie per stare a gambe incrociate”, qualche volta ha solo bisogno di tempo e pazienza per imparare ad attraversare il dolore, visto che viviamo in una società che preferisce bandirlo (c’è sempre una pillola-scorciatoia da prendere, no?).

Nella maggior parte dei casi però si tratta di persone che in fondo si sentono protette dai loro stessi limiti. E che quindi, semplicemente tenderanno a rimanerne prigionieri per sempre, senza mai gettarsi nell’avventura dello yoga. Peccato.

Silvio Bernelli

Tutti gli articoli

  • Default
  • Title
  • Date
  • Random
SCARICA ANCORA hold SHIFT key to load all load all