10 modi per capire se lo yoga che pratichi è davvero yoga

Autore: Silvio Bernelli

Sempre più spesso capita di incontrare persone convinte di praticare yoga. Peccato poi che bastino due parole per comprendere come questi malcapitati siano caduti nelle più classiche trappole del marketing del benessere. Un flagello che negli ultimi anni sta spingendo molte persone verso discipline che dello yoga hanno solo il nome. Qui ci sono dieci modi (semiseri) per capire se si è caduti nel tranello.

1 - La parola Pranayama ti pare il titolo di una hit afro-pop degli anni ‘70 cantata da Afric Simone (che invece era “Ramaya”).

2 - Alla tua richiesta di vedere il suo diploma di insegnante di yoga, il tuo maestro/a ti sventola sotto il naso la sua certificazione come insegnante di pilates, “tanto il lavoro sulla colonna vertebrale è sempre lo stesso”.

3 - A lezione senti continuamente ripetere la parola “energia” senza che mai ti venga spiegato come si chiama, né da dove viene.

4 - Se ti sei iscritto a corsi di Power yoga, Warrior yoga e After desk yoga ricorda che ti hanno venduto lo yoga perché tu acquistassi cose che si chiamano Power, Warrior e After desk.

5 - Il tuo insegnante si comporta con te come uno spumeggiante maestro di balli latinoamericani alle prese con un goffo idiota che vuole imparare la bachata.

6 - In sala yoga le parole echeggiano a tempo con i movimenti: rilassiaaaaamoooci, spiiiiiiiiiingiaaamo, aaaaaallunghiaaaaamo ecc.

7 - I tuoi insegnanti in tuta aderentissima e firmatissima postano sui social network le loro posture acrobatiche, preferibilmente su scogli a picco sul mare, sullo sfondo di albe o tramonti fiammeggianti.

8 - A lezione l’unica parola sanscrita che tu abbia mai sentito pronunciare è “yoga” e gli asana vengono chiamati con nomi italiani particolarmente tremendi come “panca”.

9 - Durante il rilassamento finale (sempre che tu lo faccia) senti ripetere venticinque volte di seguito l’espressione copia-incolla “immergiamoci in un oceano di pace e serenità”.

10 - Hai sentito vagamente parlare di una cosa che si chiama Gundalini, o Guntalini, o chissà Kunta Kinte.

Silvio Bernelli

Il limite del dolore

Autore: Silvio Bernelli

Non riesco a sedere sui talloni”. “Ho troppo male alle caviglie per stare a gambe incrociate”.

Quante volte si sentono risuonare queste parole a una lezione di Hatha yoga? D’altronde, ciascuno di noi praticanti ha dei limiti fisici nell’esecuzione degli asana. Dipende naturalmente dalla nostra costituzione, dalle proporzioni e dall’agilità del nostro corpo. È possibile che non esista al mondo un asana che vada bene indiscriminatamente per tutti. Siamo tutti diversi, per fortuna.

E poi perfino il Grande Maestro Patanjali nei Sutra dello Yoga l’ha messo nero su bianco. “L’asana dev’essere stabile e confortevole” recita il celebre aforisma 46 del Libro II. Quindi, se la posizione non è stabile e confortevole, perché sforzarsi di eseguirla? Se non riesco a sedere in Vajrasana, se la mia posizione a gambe incrociate (Sukhasana o Siddhasana che sia) è così dolorosa da impedirmi di concentrarmi, di calarmi, proprio come dice Patanjali nella “vera essenza” di me stesso (2, Libro I), perché dovrei ostinarmi ad assumerla?

Si potrebbe cominciare a obiettare che Patanjali nel suo straordinario libro che definisce il canone, l’obiettivo di tutti i tipi di yoga possibili, si occupa sostanzialmente di Raja yoga, lo yoga della mente, che non è l’Hatha yoga, lo yoga dello “sforzo”, di cui stiamo parlando qui.

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